martedì 2 dicembre 2008

Stornarella, non solo ombre: l'arte e i colori di Severina Di Palma

Nella suggestiva cornice natalizia della Città dei Sassi, il Circolo Culturale “La Scaletta” di Matera ospita dal 29 novembre al 13 dicembre la mostra, patrocinata dalla Provincia di Foggia e dalla Regione Puglia, Autobio-grafismi di Severina Di Palma, docente di discipline pittoriche di Stornarella. “E’ stato un grande e inaspettato successo di pubblico e critica”, riferisce Severina, entusiasta già dal giorno dell’inaugurazione, in cui ha rilasciato molte interviste alle testate locali e soddisfatto le curiosità anche dei semplici fruitori.
“E’ stato per me, in quanto cittadino di Stornarella e consigliere provinciale, un vero piacere aver visto le opere di Severina, che continua a farsi conoscere e a far conoscere ed apprezzare il nostro territorio in altre regioni, a Matera come a Roma”, ha commentato Massimo Colia.
“Le opere di Severina Di Palma sono realizzate con carte di tale spessore da produrre effetti plastici, quasi bassorilievi dalla superficie increspata con rilievi, tagli e buchi dagli orli sfrangiati, cuciture e strappi”, si legge in un intervento di Katia Ricci, curatrice del catalogo che comprende oltre alle foto delle opere alcuni testi scritti da considerarsi come altrettanti approcci soggettivi e letture delle opere di Severina.
“Nelle opere di Severina Di Palma leggo la prevalenza del bianco, appena interrotto qua e là da accenni di colore, come bisogno di pulizia interiore, di silenzio, di infinito, forse di un divino non antropomorfizzato…”, continua Antonietta Lelario.
Un susseguirsi di tele bianche, in numero di tre (il numero perfetto), quasi “lunghissime lenzuola, ricamate da manine accovacciate sui ciglioni della strada, coi telai e le fedi nuziali a brandire, con l’ago tra le mani, le sorti della sposa novella e della ruota che gira, nell’ora accesa del meriggio che batte e del vento caldo che arriva”, osserva Maria Abatino.
Oggi il rapporto con le arti visive è cambiato, come fa notare anche Anna Potito, “dalla soggezione verso l’opera e la reverenza verso l’artista si è passati alla possibilità di intendere l’oggetto artistico come luogo di scambio per chi lo fa e chi lo guarda, come occasione per la modificazione di sé, una modalità che possiamo chiamare creatività relazionale”. “Severina appartiene, infatti, a quegli artisti che considerano fondamentale lavorare sul rapporto con gli altri e che considerano monca l’opera che non abbia contributi e che non stimoli l’altrui creatività, ricevendone in cambio un flusso di energia creativa”, sostiene la Ricci. E così una tela bianca, che dovrebbe comunicare il nulla, nella sua uguaglianza a qualsiasi altra tela bianca, costituisce per Severina non “un vuoto, ma uno spazio ricco d’anima”.
Come non pensare a Baudelaire e alle sue Corrispondenze? La natura viene definita una “foresta di simboli” che l’artista deve decifrare, un “tempio” nel quale egli è quasi il sacerdote che, a differenza degli altri uomini, sa andare oltre la superficialità delle apparenze. L’artista dà così voce al misterioso, all’indicibile, a quelle zone sfuggenti della vita e dell’uomo che solo l’intuizione artistica può rappresentare. Così si può comprendere come un pezzo di tronco, per strada, seccato al sole, possa ispirare Severina alla rappresentazione di un animale, strisciante, attaccato alla terra e simbolo di vita. Al contrario di quanto è accaduto a Montale, in cui una foglia accartocciata e riarsa veniva usata come immagine del male di vivere e della morte; similmente a quanto accaduto ad Ungaretti, che dopo aver passato in trincea “un’intera nottata buttato vicino a un compagno massacrato”, si ritrovava a dire di non essere “mai stato tanto attaccato alla vita”.
Nelle ultime opere Severina usa una tavolozza variegata, che ha sostituito il bianco dei lavori precedenti. “Fare arte – dice - è una sorta di autocoscienza che fa emergere un mondo in cui prevalgono i rossi, gli azzurri, i verdi e i gialli, i colori della mia terra colma di sole e di fatica, dove non c’è posto per tinte opache, neutre, distaccate”. Ma come conciliare in Severina il vivere “in un ambiente poco stimolante”, che l’ha costretta a considerare l’arte in una dimensione intimistica e a cercare altrove la linfa vitale per la sua creatività, con il “desiderio di infinito”? La risposta ci è data da Leopardi, nell’Infinito. L’anima si immagina quello che non vede, quello che la siepe impedisce di vedere, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse dappertutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. E Severina, come osserva la Ricci, “immagina di avere a disposizione pareti infinite, di allargarsi nello spazio per poterlo trasfigurare”.

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