Di recente mi sono imbattuto in uno speciale televisivo (Porta a Porta, Rai 1) in cui si disquisiva del drammatico problema "caro vita". In particolare veniva segnalato l'esponenziale aumento dei prezzi di pane e pasta.Mediamente infatti è stato calcolato che i prezzi di questi due prodotti oscillano tra il +30% ed il +50% nelle maggiori città italiane.Sicchè molti, degli illustri (si fa per dire) ospiti hanno cercato di addentrarsi nei motivi che stanno alla base di questi rincari.Ebbene cari amici, i nostri benamati politici hanno dimostrato ancora una volta la loro colossale distanza dalle problematiche che da anni affliggono il comparto agricolo della nostra zona.
Tra chi sosteneva che la produzone era diminuita e chi invece caldeggiava l'ipotesi di un cartello dei produttori, pochi si sono in realtà avvicinati al vero problema (non so se per colpa o malafede).
La verità è infatti un'altra.
Da una parte le rendite degli agricoltori sono diminuite (arrivando perfino a sfiorare la soglia del "profitto zero") ciò anche a causa dell'aumento dei costi dei fattori produttivi (gasolio, elettricità, materie prime, concimi e prodotti fitosanitari) dall'altra i prezzi sugli scaffali dei negozi continuano a lievitare.
Partendo da questi dati di fatto mi chiedo: ma allora chi si sta arricchendo sulla pelle di produttori e dei consumatori?
E' evidente che se il consumatore non ha visto altro che aumenti dei prezzi in negozio e se il contadino è costretto a stringere la cinghia per portare avanti la propria azienda è perche tra punto di origine e punto di consumo si è mostruosamente allungata la catena dei rifornimenti.
Quanti passaggi dovrà subire il nostro grano per arrivare sulle tavole degli italiani?
Questa catena, chiamata elegantemente filiera o dai più fantasiosi Supply Network si compone spesso di 5- 6 passaggi e ad ognuno di essi i margini di lucro superano di gran lunga i profitti che l'agricoltore può ottenere in un anno di lavoro.
In pratica basta caricare la merce da un deposito e scaricarla in un altro, per poter maturare ingenti gudagni.
Tale problema sembra amplificarsi per altre coluture, pensiamo all'uva da vino, ai pomodori, agli ortaggi (quali broccoli e cavoli), tutte colture molto praticate nel nostro territorio.
A tal riguardo mi ha poi molto colpito l'allarme lanciato da Copagri riguardo all'imminente semina:
“Visto il perdurare del basso prezzo del grano, che continua ad oscillare tra i 19 e 22 euro a quintale, ed il permanere di alti costi da sostenere per la prossima semina – afferma Luigi Inneo, presidente provinciale - conti alla mano, non solo è opportuno ma è addirittura vitale per le aziende agricole non procedere più alla semina per la prossima campagna cerealicola”. Secondo la Confederazione Produttori Agricoli, “gli agricoltori sono stanchi, sia di essere additati come coloro che hanno dato il via all’aumento di pane, pasta, farina, sia di lavorare in perdita”. A parere di Copagri, oggi i produttori “si trovano nelle condizioni di dover spendere 800/900 euro per arare, seminare, concimare, diserbare, mietere un ettaro di grano, per poi ricavarne soltanto 500/600 euro, se le condizioni climatiche sono favorevoli”.
Risulta subito agli occhi di tutti che “i conti economici non tornano - rileva il presidente Copagri - perché non solo non c’è un guadagno effettivo, ma non si riesce nemmeno più a recuperare le spese sostenute. Pertanto, i produttori cerealicoli sono obbligati – continua il responsabile Copagri - a non procedere con le semine, a meno che non si riesca a raggiungere un accordo con i commercianti, teso a dimezzare i costi di produzione o a raddoppiare il prezzo del grano. In un modo o nell’altro – sottolinea Copagri - il conto economico deve essere in positivo”. La Copagri di Foggia individua tra le possibili soluzioni “l’intervento dell’Agea (Agenzia per le erogazioni in Agricoltura), atto ad acquistare sul mercato un grosso quantitativo di grano duro per fare in modo che il prezzo possa lievitare. Inoltre - secondo Copagri - il Governo italiano deve chiedere alla Commissione Europea il ripristino dei dazi per il grano duro”, così come ha già fatto per il grano tenero, il mais e per altri prodotti agro-alimentari. “Lo sciopero della semina, se prima poteva apparire una provocazione – conclude Inneo - adesso è una dura necessità, supportata dai numeri”. Si tratta spiega il presidente provinciale di una situazione grave che causa “forte rammarico fra i produttori locali, perché il nostro lavoro – conclude Inneo - è produrre, ma se non ci sono le condizioni economiche in molti non potranno più continuare”.
Detto ciò sarebbe utile che quei simpaticoni che siedono nei salotti aristocratici della tv, ogni tanto faccessero un giro anche dalle nostre parti.
domenico farina
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