Le ultime vicende legate al caro petrolio hanno riacceso la discussione circa lo stato in cui imperversa il settore agricolo locale.
Il carburante agricolo arrivato a toccare 1,10€ al litro ha visto aumentare il suo prezzo del 45% in poco più di 6 mesi, e tale congiuntura comincia a preoccupare non poco gli agricoltori costretti a ingentissimi costi per portare avanti la propria impresa agricola. Inoltre la recente normativa che prevede di contenere il gasolio di destinazione agricola in apposite cisterne ( che arrivano a costare fino a 800-1000 €) da posizionare ad una distanza non inferiore a 200 metri da qualunque fabbricato ad uso civile, pone anche il problema di come tenere a deposito il carburante, che per ovvietà, non può essere tenuto fuori paese essendo in tal modo esposto a furti.
Tuttavia i problemi legati alla questione “gasolio” vanno ad aggravare un quadro già di per se deprimente.
Il settore agricolo, che dovrebbe rappresentare il motore nonché il fattore decisivo dello sviluppo economico meridionale, risulta in realtà poco valorizzato e soprattutto quasi mai tutelato.
Partiamo da un’analisi generale della situazione. Innanzitutto è notevolmente aumentata la percentuale di aziende agricole che, non avendo le possibilità materiali di “tirare avanti”, sono costrette a cessare la propria attività. Chi invece continua a sperare in questo settore (dai piccoli imprenditori alle grandi imprese) avverte non poche difficoltà.
I fattori di questa crisi sono davvero tantissimi: in primo luogo, in questi ultimi anni, le numerose calamità naturali hanno impoverito il comparto agricolo. I cambiamenti climatici, di cui oggi si fa un gran parlare, hanno reso imprevedibile il normale andamento delle stagioni, ed hanno condizionato e molte volte pregiudicato alcune colture che, al contrario, necessitano di una certa stabilità e regolarità climatica. Le piogge ininterrotte di questi ultimi giorni, in un periodo in cui la mietitura divine sempre più imminente, ne sono un chiaro esempio. Se poi pensiamo che i finanziamenti che fungono da ristoro per i danni subiti da calamità quali grandine, alluvioni etc stentano ad arrivare, allora la situazione non può che degenerare.
Tuttavia sebbene in campo agricolo molto dipenda dalle temperature e dalle condizioni atmosferiche, non possiamo addossare a questi fattori le cause di una così grave crisi.
Si sente parlare in giro di concorrenza sleale della Cina ed altri paesi dai costi di produzione oggettivamente ridotti, e che producono prodotti alimentari a prezzi decisamente inferiori ai nostri. Questo è un dato di fatto; ma adesso bisogna stabilire se in realtà siano i prodotti cinesi ad essere troppo economici o i nostri ad essere troppo cari. Ebbene io ritengo che non si possono addossare tutte le colpe alla concorrenza estera solamente par camuffare i reali problemi del mondo agricolo soprattutto nel sud Italia. Il dato certo è che i prodotti “made in Italy” subiscono continuamente e progressivamente un calo nelle vendite. Ad esempio 2 anni fa il pomodoro fu venduto in maniera talmente ridotta che le aziende di trasformazione avevano smerciato solamente il 65% dell’intero prodotto di quell’anno. Dunque i magazzini delle ditte italiane risultavano già stracolmi di merce risalente all’anno precedente, di conseguenza già si preannunciava per l’anno successivo un mercato del pomodoro davvero deprimente, fattispecie che poi si è effettivamente verificata.
Continua alla pagina seguenteNonostante tutto, assistiamo ad un sostanziale lassismo degli enti governativi, che non riescono a porre un freno a questo fenomeno di continuo impoverimento delle campagne, e che non riescono a tutelare in alcun modo i consumatori che, trovandosi di fronte al binomio qualità o prezzo conveniente, spesso scelgono la seconda opzione o ancor più spesso fanno a meno di quei prodotti.
Di conseguenza mai come quest'anno è calato il consumo di frutta e verdura nelle famiglie e da più parti emerge un dato preoccupante: i bambini, che hanno assolutamente bisogno di vitamine fresche, ingrassano invece con un'alimentazione meno sana.
“Nel negozio sotto casa ho smesso da tempo di comprare frutta e verdura”. “Mi sentivo preso in giro ogni volta. L'anno che piove troppo i prezzi aumentano per la pioggia, l'anno che c'è troppo sole i prezzi aumentano per la siccità, l'anno che nevica troppo i prezzi aumentano per il ghiaccio nei campi. Insomma, qualunque siano le condizioni atmosferiche questi maledetti prezzi aumentano sempre”. “Sono impazziti i contadini, si sono tutti arricchiti, hanno tutti il trattore, il fuoristrada…” questi sono i commenti che si sentono in negozio. Ma chi ha visto dal vivo seppellire e distruggere sotto i cingoli dei trattori per esempio i pomodori o i broccoli perché non avrebbero fruttato nemmeno i soldi necessari per la raccolta, non la pensa di certo così. Pertanto chi non ha colpe in questo momento sono proprio gli agricoltori che più dei consumatori vengono colpiti da questa crisi.
Per fare un esempio, in dieci anni il prezzo medio all'origine, cioè quello pagato all'agricoltore, per un chilogrammo di olio extravergine di oliva è diminuito di un terzo! Nel 1996 un olivicoltore italiano incassava in media 4,25 euro al chilo, invece nel 2004 il suo ricavo medio è stato di 2,86 euro al chilo, con una diminuzione netta del 32,7%. Inoltre in tutti questi anni l'inflazione ha eroso il suo potere d'acquisto al punto che per mantenerlo allo stesso livello di quello del 1996 il prezzo a cui avrebbe dovuto vendere il suo olio extravergine di oliva sarebbe dovuto essere di 5,03 euro per chilogrammo anziché 2,86. Pertanto l'olivicoltore italiano si è impoverito, ha perso un valore reale del 76%.
E' evidente che se il consumatore non ha visto altro che aumenti dei prezzi in negozio e sulla bancarella, è perché tra il contadino ed il dettagliante si è mostruosamente allungata la catena dei rifornimenti, cioè chi sta in mezzo ha fatto la piovra. Ma dove vanno avanti e indietro tutti questi camion, carica qui e scarica là, tutti questi furgoni, ricarica un'altra volta e riscarica da un'altra parte? E' tutta una serie di passaggi che in alcuni casi arriva a comprendere fino a 5 o 6 intermediari tra il produttore e il cliente finale. L'intero percorso ormai si chiama elegantemente "filiera", ma in realtà è una vera trappola!
E' girata quindi una petizione popolare rivolta al presidente del Consiglio affinché sui cartellini di vendita dei prodotti agroalimentari venga riportato il doppio prezzo (quello pagato alla produzione e quello che il cliente paga al consumo). Speriamo che diventi un obbligo, perchè la trasparenza non fa mai male.
È evidente che tra le cause determinanti non si può ignorare la mancanza, dalle nostre parti, di aziende o meglio cooperative destinate alla trasformazione ed alla valorizzazione dei prodotti agricoli, in grado di immetterli immediatamente sul mercato riducendo i rincari che avvengono a causa degli intermediari.
Infatti un fattore negativo che ci assilla da anni e che ha fatto accrescere il divario tra nord e sud del Paese è senza dubbio la scarsissima capacità di noi meridionali di associarci, di creare strutture quali consorzi, cooperative, società.
Unendo le forze si abbattono i rischi, si reperiscono maggiori finanziamenti, si è capaci di sfruttare idee e cervelli diversi, competenze complementari. Noi invece abbiamo sempre visto il socio come colui che alla prima occasione approfitterà di noi e ci danneggerà. Non a caso un detto dalle nostre parti dice che “le società si fanno in un numero dispari di persone e tre sono troppe”.
Alla lunga, questo diviene il presupposto per la nascita di aziende “fai da te” a dir poco stravaganti, che non hanno una reale funzione di rivalutazione e valorizzazione del nostro territorio; al massimo sono solamente uno strumento di profitto sleale per qualche sedicente imprenditore.
Infatti se solo qualcuno si decidesse a scoperchiare il pentolone delle centinaia di miliardi di finanziamenti europei, destinati ad aziende fantasma, alle tante “prendi i soldi e scappa”, ne vedremmo davvero delle belle. Quanti sono i capannoni che fanno da paravento ad inesistenti aziende? Quanti i finanziamenti destinati alla formazione che non servono a formare niente e nessuno? Quante sedicenti imprese e imprenditori che, grazie agli amici degli amici, possono accedere ai finanziamenti pubblici e banchettare a spese della collettività? I finanziamenti europei andrebbero utilizzati per far crescere realtà produttive in grado di creare ricchezza e benessere, ma troppo spesso diventano l’ennesimo strumento clientelare nelle mani di una classe dirigente, che, per usare un eufemismo, potremmo definire assai poco accorta e prudente.
Il futuro del nostro territorio può dipendere anche dalla capacità di spendere bene. E ciò accadrà se non bruceremo in malo modo le opportunità che ci vengono concesse. Fare chiarezza è interesse di tutti coloro che fanno davvero impresa, di coloro che vorrebbero farla, e di tutti i cittadini che vivono un’oggettiva condizione di sottosviluppo. Certo, a tutta questa realtà non è estraneo un sistema politico e istituzionale, che non può che produrre, anche al di là delle buone volontà, corruzione e degrado.
Il carburante agricolo arrivato a toccare 1,10€ al litro ha visto aumentare il suo prezzo del 45% in poco più di 6 mesi, e tale congiuntura comincia a preoccupare non poco gli agricoltori costretti a ingentissimi costi per portare avanti la propria impresa agricola. Inoltre la recente normativa che prevede di contenere il gasolio di destinazione agricola in apposite cisterne ( che arrivano a costare fino a 800-1000 €) da posizionare ad una distanza non inferiore a 200 metri da qualunque fabbricato ad uso civile, pone anche il problema di come tenere a deposito il carburante, che per ovvietà, non può essere tenuto fuori paese essendo in tal modo esposto a furti.
Tuttavia i problemi legati alla questione “gasolio” vanno ad aggravare un quadro già di per se deprimente.
Il settore agricolo, che dovrebbe rappresentare il motore nonché il fattore decisivo dello sviluppo economico meridionale, risulta in realtà poco valorizzato e soprattutto quasi mai tutelato.
Partiamo da un’analisi generale della situazione. Innanzitutto è notevolmente aumentata la percentuale di aziende agricole che, non avendo le possibilità materiali di “tirare avanti”, sono costrette a cessare la propria attività. Chi invece continua a sperare in questo settore (dai piccoli imprenditori alle grandi imprese) avverte non poche difficoltà.
I fattori di questa crisi sono davvero tantissimi: in primo luogo, in questi ultimi anni, le numerose calamità naturali hanno impoverito il comparto agricolo. I cambiamenti climatici, di cui oggi si fa un gran parlare, hanno reso imprevedibile il normale andamento delle stagioni, ed hanno condizionato e molte volte pregiudicato alcune colture che, al contrario, necessitano di una certa stabilità e regolarità climatica. Le piogge ininterrotte di questi ultimi giorni, in un periodo in cui la mietitura divine sempre più imminente, ne sono un chiaro esempio. Se poi pensiamo che i finanziamenti che fungono da ristoro per i danni subiti da calamità quali grandine, alluvioni etc stentano ad arrivare, allora la situazione non può che degenerare.
Tuttavia sebbene in campo agricolo molto dipenda dalle temperature e dalle condizioni atmosferiche, non possiamo addossare a questi fattori le cause di una così grave crisi.
Si sente parlare in giro di concorrenza sleale della Cina ed altri paesi dai costi di produzione oggettivamente ridotti, e che producono prodotti alimentari a prezzi decisamente inferiori ai nostri. Questo è un dato di fatto; ma adesso bisogna stabilire se in realtà siano i prodotti cinesi ad essere troppo economici o i nostri ad essere troppo cari. Ebbene io ritengo che non si possono addossare tutte le colpe alla concorrenza estera solamente par camuffare i reali problemi del mondo agricolo soprattutto nel sud Italia. Il dato certo è che i prodotti “made in Italy” subiscono continuamente e progressivamente un calo nelle vendite. Ad esempio 2 anni fa il pomodoro fu venduto in maniera talmente ridotta che le aziende di trasformazione avevano smerciato solamente il 65% dell’intero prodotto di quell’anno. Dunque i magazzini delle ditte italiane risultavano già stracolmi di merce risalente all’anno precedente, di conseguenza già si preannunciava per l’anno successivo un mercato del pomodoro davvero deprimente, fattispecie che poi si è effettivamente verificata.
Continua alla pagina seguenteNonostante tutto, assistiamo ad un sostanziale lassismo degli enti governativi, che non riescono a porre un freno a questo fenomeno di continuo impoverimento delle campagne, e che non riescono a tutelare in alcun modo i consumatori che, trovandosi di fronte al binomio qualità o prezzo conveniente, spesso scelgono la seconda opzione o ancor più spesso fanno a meno di quei prodotti.
Di conseguenza mai come quest'anno è calato il consumo di frutta e verdura nelle famiglie e da più parti emerge un dato preoccupante: i bambini, che hanno assolutamente bisogno di vitamine fresche, ingrassano invece con un'alimentazione meno sana.
“Nel negozio sotto casa ho smesso da tempo di comprare frutta e verdura”. “Mi sentivo preso in giro ogni volta. L'anno che piove troppo i prezzi aumentano per la pioggia, l'anno che c'è troppo sole i prezzi aumentano per la siccità, l'anno che nevica troppo i prezzi aumentano per il ghiaccio nei campi. Insomma, qualunque siano le condizioni atmosferiche questi maledetti prezzi aumentano sempre”. “Sono impazziti i contadini, si sono tutti arricchiti, hanno tutti il trattore, il fuoristrada…” questi sono i commenti che si sentono in negozio. Ma chi ha visto dal vivo seppellire e distruggere sotto i cingoli dei trattori per esempio i pomodori o i broccoli perché non avrebbero fruttato nemmeno i soldi necessari per la raccolta, non la pensa di certo così. Pertanto chi non ha colpe in questo momento sono proprio gli agricoltori che più dei consumatori vengono colpiti da questa crisi.
Per fare un esempio, in dieci anni il prezzo medio all'origine, cioè quello pagato all'agricoltore, per un chilogrammo di olio extravergine di oliva è diminuito di un terzo! Nel 1996 un olivicoltore italiano incassava in media 4,25 euro al chilo, invece nel 2004 il suo ricavo medio è stato di 2,86 euro al chilo, con una diminuzione netta del 32,7%. Inoltre in tutti questi anni l'inflazione ha eroso il suo potere d'acquisto al punto che per mantenerlo allo stesso livello di quello del 1996 il prezzo a cui avrebbe dovuto vendere il suo olio extravergine di oliva sarebbe dovuto essere di 5,03 euro per chilogrammo anziché 2,86. Pertanto l'olivicoltore italiano si è impoverito, ha perso un valore reale del 76%.
E' evidente che se il consumatore non ha visto altro che aumenti dei prezzi in negozio e sulla bancarella, è perché tra il contadino ed il dettagliante si è mostruosamente allungata la catena dei rifornimenti, cioè chi sta in mezzo ha fatto la piovra. Ma dove vanno avanti e indietro tutti questi camion, carica qui e scarica là, tutti questi furgoni, ricarica un'altra volta e riscarica da un'altra parte? E' tutta una serie di passaggi che in alcuni casi arriva a comprendere fino a 5 o 6 intermediari tra il produttore e il cliente finale. L'intero percorso ormai si chiama elegantemente "filiera", ma in realtà è una vera trappola!
E' girata quindi una petizione popolare rivolta al presidente del Consiglio affinché sui cartellini di vendita dei prodotti agroalimentari venga riportato il doppio prezzo (quello pagato alla produzione e quello che il cliente paga al consumo). Speriamo che diventi un obbligo, perchè la trasparenza non fa mai male.
È evidente che tra le cause determinanti non si può ignorare la mancanza, dalle nostre parti, di aziende o meglio cooperative destinate alla trasformazione ed alla valorizzazione dei prodotti agricoli, in grado di immetterli immediatamente sul mercato riducendo i rincari che avvengono a causa degli intermediari.
Infatti un fattore negativo che ci assilla da anni e che ha fatto accrescere il divario tra nord e sud del Paese è senza dubbio la scarsissima capacità di noi meridionali di associarci, di creare strutture quali consorzi, cooperative, società.
Unendo le forze si abbattono i rischi, si reperiscono maggiori finanziamenti, si è capaci di sfruttare idee e cervelli diversi, competenze complementari. Noi invece abbiamo sempre visto il socio come colui che alla prima occasione approfitterà di noi e ci danneggerà. Non a caso un detto dalle nostre parti dice che “le società si fanno in un numero dispari di persone e tre sono troppe”.
Alla lunga, questo diviene il presupposto per la nascita di aziende “fai da te” a dir poco stravaganti, che non hanno una reale funzione di rivalutazione e valorizzazione del nostro territorio; al massimo sono solamente uno strumento di profitto sleale per qualche sedicente imprenditore.
Infatti se solo qualcuno si decidesse a scoperchiare il pentolone delle centinaia di miliardi di finanziamenti europei, destinati ad aziende fantasma, alle tante “prendi i soldi e scappa”, ne vedremmo davvero delle belle. Quanti sono i capannoni che fanno da paravento ad inesistenti aziende? Quanti i finanziamenti destinati alla formazione che non servono a formare niente e nessuno? Quante sedicenti imprese e imprenditori che, grazie agli amici degli amici, possono accedere ai finanziamenti pubblici e banchettare a spese della collettività? I finanziamenti europei andrebbero utilizzati per far crescere realtà produttive in grado di creare ricchezza e benessere, ma troppo spesso diventano l’ennesimo strumento clientelare nelle mani di una classe dirigente, che, per usare un eufemismo, potremmo definire assai poco accorta e prudente.
Il futuro del nostro territorio può dipendere anche dalla capacità di spendere bene. E ciò accadrà se non bruceremo in malo modo le opportunità che ci vengono concesse. Fare chiarezza è interesse di tutti coloro che fanno davvero impresa, di coloro che vorrebbero farla, e di tutti i cittadini che vivono un’oggettiva condizione di sottosviluppo. Certo, a tutta questa realtà non è estraneo un sistema politico e istituzionale, che non può che produrre, anche al di là delle buone volontà, corruzione e degrado.
df
3 commenti:
Si,certo,ora se l'agricoltore si impoverisce è colpa mia,vero?
poooooovero agricoltore incompreso!!!!
Tutti latifondisti!!!
La meil,la peir,la ban-n....L'UVA!!!
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